il mare nel mare

23 ORE: nell’isola di San Pietro
DOVE: 39°11’00″N 8°18’00″E

sette pause in 18 miglia di costa: l’essenza dell’isola di San Pietro

Carloforte è dove vive la gente, nell’isola di San Pietro. È dove qualcuno desidera finire la sua vita, lontano dal chiasso e dalla folla. È dove qualche altro torna per ritrovare amori che sembravano cancellati ma che lì riprendono forma, senza sapere se dureranno ancora. Arriviamo a Carloforte su un traghetto che ci anticipa vento dolce e ciuffi indomabili: unica vera costante di un itinerario non studiato, lungo quasi un giorno. Già in porto si respira la sostanza di quest’isola nell’isola. Suoni tabarchini, sviscerati da labbra arse dal sole di anziani che pullulano sul lungomare. Reti mille volte sbrogliate nel buio del mare, e oggi sbiadite dal sale, che arredano muri e pavimenti di strada. Odore potente di ferro e muscoli rossi che solo il tonno di andata di Carloforte sprigiona anche quando l’aria non smette di agitarsi.

Rinunciamo ai giri senza meta tra i caruggi e ci spostiamo subito verso le colonne. Parcheggiamo in uno spiazzo, vicino ad una vecchia fiesta tutta verde e ruggine: la quasi certezza di trovare qualcun altro ad affrontare quel vento folle rallenta la tachicardia da esplorazione impreparata. Percorriamo un sentiero che abbraccia la Bobba, bianca di sabbia e di muri d’acqua che si sbriciolano solo a riva. Col sole è un posto per vacanze da turisti: ombrelloni, sdraio e venditore di bibite con le bollicine. In una giornata di primavera che sotterra qualunque desiderio di svestirsi, la Bobba si assaggia soltanto. Come facevano i pescatori con la zuppa di fave preparata proprio lì. È lei, la bobba. Continuiamo a camminare e il vento quasi ci trasporta verso i due pilastri di roccia vulcanica, che ci provano a proteggere il costone. Ma la forza di quel mare è esagerata, il libeccio getta miriadi di gocce dure come pietre addosso alle due Colonne. Stare lì è come farsi rapire da una tromba jazz fuori controllo: melodie frammentate di assoli densi a decibel smisurati che sbattono sulla pietra grigia, intervallati da suoni solitari e liberi che precedono la furia di un’altra onda in arrivo. Quel paesaggio liquido e solido insieme è un incanto da brividi. Di quelli che nascono sotto cuore, col caldo delle sensazioni più pure. Non quelli che irrigidiscono peli e pelle, figli dei pochi gradi di quel pomeriggio.  Il guidatore della fiesta ossidata non lo incontriamo: ci sono posti che sanno qual è il modo migliore per accoglierti.  In mezzo a quel subbuglio di aria e certezze alla Kind of Blue resiste un sole tiepido, segnale per il via verso una nuovo pezzo di costa.

la spiaggia la bobba nell'isola di san pietro in Sardegna

Alla Caletta si è disfatto tutto: il mare ha raggiunto cespugli e alberi, poi si è spostato di nuovo, lasciando rami intrecciati, tronchi incastrati, alghe volanti, grumi di sabbia gialla, pallottole di foglie fradice, sassi sparsi più lisci dell’olio. Dicono che qui gli antichi navigatori creassero croste impermeabili sulle loro navi, spalmandoci sopra la pece. Con la bufera Spalmatore, si chiama anche così questa cala, si è assorbita tutta la natura possibile.
E con quei resti un uomo e un bambino si inventano giochi e risa. Fronde nude sembrano nate per essere bastoni e aste: quell’arenile appena investito da un cielo impazzito è diventato il campo ideale per mazze e stecche. Le rocce rosse di la Caletta sono bellissime anche in mezzo a un uragano e babbo e figlio le accendono di un sorriso insolito. Come se il loro mix di golf e hockey in mezzo alla spiaggia fosse la migliore cura possibile, per quella scogliera rimasta senza trucco.

spiaggia la caletta, detta anche spalmatore, nell'isola di san pietro in Sardegna

Lasciamo la partita a metà e tornando indietro verso Carloforte ci fermiamo a Punta Nera. Nella stradina che porta alla spiaggia c’è un furgone volkswagen in pieno surf style. E questa volta in acqua ci sono davvero i surfer. Le tavole rimbalzano da una parte all’altra della scogliera; qui è tutto celeste e dorato: il sole è tornato prepotente, tanto da trasformare quello spiazzo tra mare e terra in uno specchio che appare e scompare guidato dalle onde quasi invisibili, come se ci fosse un interruttore a regolarlo. Uno dei ragazzi non è entrato a ballare col vento: gambe incrociate sul muraglione di massi che divide in due la cala, spalle ora riverse sul cellulare che tiene tra le mani, ora verticali, a controllare gli amici. Parla senza parole: le sue labbra spalancate raccontano di picchi d’onda acciuffati con grazia di velluto, le sue sopracciglia accigliate rispondono a equilibri persi in mezzo a distese di schiuma. Ci sarebbe da ascoltare quel dialogo muto per ore. Ma rientriamo.

surfista a punta negra, nell'isola di san pietro, in Sardegna

Il giorno dopo l’aria vibra ancora senza freni. Andiamo a nord e dopo una visita proibita nei cortili della tonnara  ci immergiamo in una bolla di schizzi, foschia fluida, raffiche a intermittenza. La Punta è diventata uno di quei souvenir di vetro che se lo capovolgi, la sua neve finta cade dall’alto al basso. Però in questa scogliera la polvere liquida bianca si muove in linea orizzontale e si appiccica addosso a un pubblico di incappucciati che, nonostante l’umido esagerato, non riesce ad abbandonare quel tavolo di roccia nera. L’isola Piana, lì davanti, appare e scompare dietro le onde che da immense diventano nulla. E una volta a terra si dissolvono tra scogli e sguardi di meraviglia.  Ci restiamo non si sa quanto a perderci dentro quella palla di neve finta, davanti a un mare arrabbiato ma buono. Bisogna tornare. Bisogna tornare per vederla tutta intera senza filtri, quella minuscola riserva naturale. 

Proseguiamo il nostro giro e scopriamo per solo pochi attimi una lingua di terra stretta che si sporge sul mare mosso. È l’incontro più selvaggio, all’isola di San Pietro. Un fiordo, un isolotto bianco, una vegetazione pulsante.  Un canale di acqua che si gode un’intimità rara prima di buttarsi nel mare aperto. Il posto è deserto, c’è spazio per pochi pensieri: ritrovarsi, lì, è facile. Si sfiora la libertà, immaginando la temperatura di quell’acqua, respirandone il sale in silenzio.  E assorbendo fino alle ossa quel momento, a Cala Vinagra.

cala vinagra, nell'siola di san pietro, in Sardegna

Arriviamo poi al faro di capo Sandalo. Intorno strapiombi che non fanno paura, cespugli che restano bassi, fiori che stanno nascendo. E un vialone di pietre che sembra portare al nulla.  E invece quella fine è tutto: gli sguardi fissi al confine impossibile tra cielo e mare, gli abbracci obbligati dentro uno scenario così, la protezione quasi fisica di quella luce che di notte va e viene. E che di giorno non c’è, ma è come se ci fosse.

Il traghetto del pomeriggio è quasi vuoto. Lei guarda ancora una volta le case colorate del porto lontano. Ha la faccia divisa in due: occhiali da sole neri con lenti giganti, una metà; una bocca con un po’ di rosso che ride, l’altra metà. Lui guarda dritto nel display della sua reflex “Nanda, hai sempre i capelli sugli occhi. Ho fatto almeno cento foto all’aria”. Nanda si gira, smette di guardare l’isola e chiede lo scatto centouno. “Che un vento così bello chissà quando lo ritroviamo”.  E si allontanano.

Le assi sul ponte ora scricchiolano: il motore della barca in mezzo al mare è più debole. E il rumore del ritorno non fa poi così male.

l'isola di san pietro nella mappa, in sardegna