fari fari

è cenere viva, grigio spento che si mischia a rosso acceso, caldo estremo che sfama.
è una percezione di buono che copre palati e cucine. le cucine di una volta.
è una nuvola biancastra gonfia di sapori passati e dimore poco sofisticate.

accovacciarsi davanti al camino. vegliare abbracci di rami bambini con tronchi maturi. sfregare legna e pensieri, liberandoli da croste pesanti. guidare voli di scintille, preludio a un rito che è nutrimento.
per il corpo e per la casa.

occhi e guance stanno a distanza perfetta dalle fiamme: termometri fedeli in tempi poveri di mercurio. crepitio senza raffinatezza.

nascondere sotto polvere di fuoco patate, cipolla, uova, castagne.
che cambiano tono, espressione, bontà.
e poi, con sollecitudine tersa, bloccare quella cottura fatta di campagna fertile e impasti di ricordi e frugalità.
il piatto è pronto.
un segreto da tenere protetto con pellicole di vita e da scartare piano prima delle cene d’inverno.

fari fari (che si dice come se ci fosse una piccolissima v tra la f e la a) era cuocere cibi semplici coprendoli di cenere mite.
era esplosione lenta di godimento, morso dopo morso.
era un mangiare di fatiche e felicità.