camminando, ad Aggius

POSTO: Aggius
DOVE: 40°55’46.14”N 9°03’51.94”E

Riflesso di una montagna. Dentro fili di realtà e orme di stupore.

Ci ha accolto con un abbraccio denso, di granito e bianco. Quasi casa.
E poi ha cominciato a rivelarsi.
Aggius si racconta con frasi brevi, una punteggiatura frequente. E molti a capo. È un paese che dice tanto, senza stancare mai. Tra un punto e l’altro si ferma, respira forte,  rigetta fuori bolle lievi. E ogni volta annuncia un nuovo modo di essere.

centro sorico di aggius, in gallura

Racconta che abitare è bello.
Fiori fluo che accarezzano terrazze pastello. Cespugli verdi aggrappati su muri alti. Usci eleganti che separano serrande un po’ rock. Aggius è un labirinto di strade felici. E di esistenze che si circondano di pareti solide, ricoperte di una cipria che tiene giovani.
Punto.

Racconta che perdersi è contaminarsi.
Un caprone, una gallina, un procione, degli uccelli, un cervo. Mandano versi psichedelici dall’acciaio che li ha accolti. Sono gli animali di un’artista che dice “scrivo quello che voglio e faccio quello che voglio. trash. punk. fuck”. Li incontriamo durante passi lenti, mentre ci perdiamo nelle vie immacolate di Aggius.
Punto.

arte contemporanea tra le vie di aggius, in sardegna

Racconta che essere è tessere.
Telai moderni, ideati con amore robusto e ricambiato, si affacciano nelle piazze di Aggius. Si arrampicano verso il cielo, questi figli di Maria Lai. Blu, verdi e rosa, sono la visione recente di una tradizione innata. E telai antichi, custoditi da donne creative e sagge: linfa di cultura viva e grembo di tappeti che accompagnano il quotidiano.
Punto.  

telaio di maria lai nel centro storico di aggius, in sardegna

Racconta che farsi museo senza un tetto è aggiungere frasi, pause, punti a un borgo speciale. È dire ancora di più. È mostrare pelle e anima con un filtro nuovo.
Pareti che sembrano incollate al celeste che ci copre testa e anima. Street art morbida che avvolge un borgo di pietra e arte e ne dilata la grazia. Tratti di natura, foglie, rami, radici che si intrecciano con la comunità.  E poi foto colorate, foto senza colori, anemoni di mare senza il mare, pezzi di bisaccia appiccicati su portoncini di legno profumati di nuovo, specchi da trovare tra vasi virili e rampicanti intimi.
Punto.

street art di Tellas, ad aggius, in sardegna

Racconta che farsi museo con un tetto è soffiare su polvere vecchia per contemplare l’antico puro. È scrostarsi da ruggine acre, per riflettere su secoli svaniti. È rigenerarsi di ossigeno contemporaneo, viaggiando su arterie senza fine.
Un museo etnografico vero. Pane come aria.  Forme di scarpe da campagna e da festa. Materassi gonfi adulati da coperte pastello. Immagini d’altri tempi con l’odore di vita addosso. Quadri di Madonne e Gesù per preghiere notturne e invocazioni straordinarie. Moltitudini di valori racchiusi in mestoli e padelle. Telai che parlano con fili ordinati, obbedienti, pronti a inventarsi la bellezza, da un gomitolo di passato. 
Punto.

museo etnografico di aggius - MEOC - in sardegna

Racconta che ascoltare è sentirsi parte.
Cinque voci. Si sfiorano, si toccano, si rincorrono, si palpano. Si guardano, si commuovono e si mischiano. Diventando una armonia sola.
Punto.

Racconta che per digerire quintali di amarezze può bastare il respiro della Gallura. L’altra Gallura. Quella di sugheri ruvidi, graniti candidi, zuppe nascoste, tappeti rinati.
Punto.

aggius, in gallura

Scandire con lingua leggera consonanti potenti e penetrare col cuore trame dense di punti è un incanto da attraversare senza scadenze.
Aggius è così. Da leggere piano.

tappeto di aggius, in sardegna
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mappa di aggius, in sardegna